Le cascine - Comune di Cologno Monzese

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Le Cascine

 

Numerose erano le cascine colognesi, qualcuna esiste e resiste ancora oggi: la Cascina Cavarossa e la cascina Metallino (vedi le ville Cascina), la Cascina Santa Maria (restaurata e trasformata in alloggi per persone bisognose), la Cascina Citterio (restaurata e trasformata in mini alloggi per anziani), la Cascina Bettolino (anch’essa restaurata e adibita ad abitazioni ed esercizi commerciali); ormai scomparse invece: la cascina Melghera (era situata alla fine di una vietta in fondo a via Cavallotti), la Cassinella (era situata in corso Roma davanti all’ex Torriani), la Cascina San Giulianino (era situata dove ora sorgono le Ammiraglie), e la Cascina Nuova.

 

I vari appezzamenti di terreno dei nobili venivano coltivati dai contadini colognesi che vivevano nelle cascine. Infatti, il territorio colognese, delimitato dal fiume Lambro e dal Naviglio Martesana, aveva notevole abbondanza di acque irrigue che venivano attinte, oltre che dal Lambro e dal Naviglio anche dai vari fontanili, dalle rogge e dalle cave di ghiaia, permettendo così una fiorente agricoltura. Le terre erano coltivate a grano, avena orzo e granoturco. Gli ortaggi venivano venduti nei mercati di Milano e si coltivava anche la vite di clinto a fianco alle piante da frutta, vite, che assicurava ai contadini piccole botti di vinello locale chiamato “bruschett”. Numerosissimi infine i filari di gelso utilizzati per la coltivazione del baco da seta. I prati erano utilizzati per foraggiare il bestiame, le mucche offrivano ogni giorno latte fresco al contadino a cui non mancava nulla; dismesso recentemente uno degli ultimi allevamenti di mucche che si trovava a fianco a villa Citterio.

 

La coltivazione dei bachi da seta e il lavoro in filanda.

 

“In quasi tutte le cascine del territorio di Cologno si allevavano in gran quantità i bachi da seta, in particolar modo nella zona di Bettolino, di San Giuliano e di San Giulianino. Ci risulta che i Signori Dall’Acqua di San Giuliano erano fra i più grossi coltivatori di piante di gelso e allevatori di bachi di seta e che addirittura intorno agli anni 1880/1885, molte famiglie come i Sala, i Porcellini, i Rossi, gli Spinelli, i Barozzi, i Magni, i Grezzi, i Gervasoni, i Mandelli, i Fossati e altri ancora si dedicavano con impegno a questa particolare attività. Il prodotto era destinato alle numerose filande che erano in piena attività lungo le rive del Lambro e dell’Olona e che funzionavano sfruttando l’energia idrica dei due fiumi ed impiegando tanta mano d’opera giovane e prevalentemente femminile.” [38]

 

“Le ragazzine entravano in filanda (anche all’età di otto anni), erano incaricate dei lavori più semplici e poi via via salivano ad incarichi più impegnativi. Iniziavano a fare le “scopinere” (scuinére), cioè accudivano alla pulitura dei bozzoli immersi nell’acqua a 70-80°C, usando una scopetta di erica. Alcune erano addette al lavoro di attaccabili (tachére), cioè riattaccavano i capi dei fili che si rompevano durante la lavorazione del bozzolo. Passavano poi nel magazzino dei bozzoli (la bigatéra) e quindi alla categoria delle “strusìne” che ricavavano la seta di scarto (strüs) dall’impasto che rimaneva nelle bacinelle (pastòn), dopo la strusura della seta di prima qualità. C’erano poi i fuochisti addetti alla “caldèra”, che oltre ad alimentare la caldaia rifornivano di acqua bollente le bacinelle delle “filiére”. Le filiére, che a loro volta erano suddivise in due categorie: mezzante e filatrici provette, erano il vertice della gerarchia operaia in filanda.

Agli inizi del 1830 la potenzialità di queste filande era modesta, ma con l’affermarsi dell’industri atessile, passarono ben presto ad uno sviluppo di lavorazione più ampio. Una filanda come la nostra di circa 100 dipendenti, poteva avere circa 20 scopinatrici, 10 attaccafili, 5 o 6 pulitrici, 1 o 2 fuochisti, 1 direttore e 1 assistente. Più tardi, oltre alle donne trovarono occupazione anche gli uomini, per maggiori lavori di spedizione e di preparazione del prodotto. Questa industria operò lentamente nel corso degli anni per la trasformazione del paese, che non trovò più le risorse economiche soltanto nell’agricoltura, ma trasse dall’agricoltura la stessa materia prima, il prodotto essenziale al processo industriale: il bozzolo. I nostri contadini divennero eccellenti bachicoltori e coltivatori di piante di gelso; anche perché questa pianta che non richiede soverchia cura oltre la potatura annuale e non distoglie troppo il contadino da altri lavori agricoli. Le case vennero rinnovate e migliorate con nuovi ampi locali ben aerati per l’allevamento intensivo dei bachi da seta (bigàtt), alloggiati in lettiere su soffice ed abbondante strato di foglie di gelso. Le uova venivano generalmente prese dai vari distributori, dal 20 al 25 del mese di aprile e venivano messe a schiudere, il più delle volte, nel letto, sotto il materasso, cioè al calore naturale, [...] Certamente l’allevamento dei bachi da seta esigeva un impegno continuo da parte di tutta la famiglia, specialmente le donne, che lo alternavano al lavoro dei campi.” [39].

 

[38] Luciano Mandelli, Severi Giuseppe, Cologno Monzese nella storia e nelle immagini, Cologno Monzese, Centro Culturale San Marco, 1980.

[39] ibidem [38]

 

 

 

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