PERSONAGGI ILLUSTRI

Tra i cittadini più illustri di Cologno Monzese troviamo: il conte Gabrio Casati che fu Presidente del Governo Provvisorio milanese durante le Cinque Giornate di Milano del 1848; Girolamo Birago, giudice e poeta; mons. Armando Brambilla, nativo di Cologno e Vescovo di Roma.

 

 

GABRIO CASATI 

 

Gabro Casati

 

(Milano, 2 agosto 1798 – Milano, 16 novembre 1873)

 

Gabrio Casati, nacque in una famiglia aristocratica di proprietari terrieri. Figlio di Gaspare e di Luigia de' Capitani di Settala, ebbe un'infanzia e un'adolescenza tranquille.

Nel 1798, anno della sua nascita, la famiglia Casati acquista Villa Besozzi in Cologno Monzese, destinandola a luogo di villeggiatura dei Casati (vedi paragrafo Le nobili famiglie e le loro dimore). Rimase orfano di padre a soli 10 anni, crebbe educato dalla sorella maggiore Teresa, si dedicò a studi di scienze esatte, “il 7 agosto 1820 si laureò con lode "in ambe le leggi" diritto civile e diritto canonico). [?] e ottenne di essere iscritto all’ultimo anno di matematica, dopo aver superato gli esami delle materie dei due anni antecedenti” [14] laureandosi l’anno successivo.

 

 

 

Arredi storici Villa Casati 

Arredi storici Villa Casati

Il 13 gennaio 1825 sposò Luigia Bassi, sorella dell’amico Paolo Bassi, della quale rimase vedovo il 5 ottobre 1861. I coniugi ebbero sette figli: 1825 Girolamo, 1827 Luigi Agostino che divenne anch’esso senatore, 1828 Antonio, 1830 Gaspare che morì a soli 8 mesi, 1832 Teresa che morì a 3 anni, 1934 Elisabetta, 1935 Paola che morì a 4 anni.

 

Il figlio del conte Gabrio Casati, Luigi Agostino (4/6/1827-1/11/1881) divenne anch’esso senatore e fu Sindaco di Cologno Monzese dal 4 ottobre 1874 fino alla sua morte. Il figlio di Luigi Agostino, a cui fu dato il nome del nonno Gabrio, fu consigliere comunale per ben vent’anni a Cologno e dal 21 novembre 1904, per ordine del Re e per unanime consenso del Consiglio Comunale, fu eletto Sindaco di Cologno Monzese, carica che ricoperse fino al 12 luglio 1908.

 

Il conte Gabrio Casati, già ricco per i beni ricevuti in eredità, in poco più di vent’anni raddoppiò il valore dei suoi averi e, il 28 agosto 1848, vendette alla propria moglie tutti i beni stabili e mobili che possedeva in Lombardia, cercando così di rendere il suo patrimonio inattaccabile alle rappresaglie degli austriaci.

Con il cognato Federico Confalonieri, marito della sorella Teresa, visse in prima persona la drammatica esperienza dei moti del 1820-21 che crearono la leggenda dello "Spielberg"; negli anni 1821-23 egli si trovò coinvolto nel dramma familiare causato dall'arresto e dalla condanna di Federico Confalonieri. Il 1° dicembre 1823 accompagnò la sorella Teresa, Vitaliano e Carlo Confalonieri, padre e fratello di Federico, a Vienna, per il tentativo estremo di ottenere la grazia dopo che l'imperatore aveva confermato la pena di morte. Nel gennaio successivo ritornò a Vienna per recare all'imperatore una petizione dei più noti cittadini di Milano e una lettera dell'arcivescovo K. G. Gaysruck a favore del cognato. Durante la prigionia di Federico Confalonieri fu vicino a Teresa, che si spense nel 1830, e quando Confalonieri fu liberato, nel 1836, accorse a salutarlo a Gradisca.

 

E’ stato un politico italiano tra i più discussi protagonisti del Risorgimento italiano. La sua vita, ne attraversò tutto l'arco temporale, dalla dominazione francese a quella austriaca, sino all'Unità e a Roma capitale. Nel 1837 fu nominato podestà di Milano e nel 1848, capo del governo provvisorio. In esilio a Torino, fu parlamentare, presidente del Consiglio del Regno di Sardegna dal 27 luglio al 15 agosto 1848; fu anche ministro della pubblica istruzione per pochi mesi tra il 1859 e il 1860; in tale ruolo promosse una legge di riforma scolastica nel Regno Sabaudo, a cui è stato dato il suo nome, Legge Casati, poi adottata ed estesa al Regno d'Italia; infine fu anche presidente del Senato del Regno d’Italia dall' 8 novembre 1865 al 13 febbraio 1867 e ancora dal 21 marzo 1867 al 2 novembre 1870.

 

"Gabrio Casati era profondamente religioso, “sinceramente devoto alla fede cattolica, che professava senza vane ostentazioni e senza codarde paure”. Nella Milano della restaurazione, in cui era “la società religiosa nel suo insieme a dimostrare una grande vitalità, [?]stretti erano stati i suoi rapporti di amicizia con Alessandro Manzoni, Giacomo Mellerio e Antonio Rosmini. In gioventù era stato per nove anni prefetto e per diciannove viceprefetto dell’Oratorio della Natività di Maria Santissima, dove veniva ricordato come un uomo religiosissimo che ?non disdegnava di intrattenersi coi figli del popolo? e giocare con i bambini nella frequenza della ricreazione”. [15]

Nel corso della sua carriera ricevette diverse onoreficenze:

Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro 30 luglio 1847

Gran cordone dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro 5 agosto 1859

Commendatore dell'Ordine di S. Gregorio Magno (Stato pontificio) 1860

Cavaliere dell'Ordine supremo della SS. Annunziata 21 aprile 1868

Cavaliere dell'Ordine della Legion d'onore (Francia)

 

“Nell’ultimo anno di vita Gabrio Casati alternò i soggiorni a Milano a 'svaghi gentili’. Achille Mauri ricorda che egli ?amava la campagna [...] ogni cosa nobile e bella, e assai si piaceva di ridursi nella solitudine a conversare con sé sesso, e a meditare si grandi scrittori di tutti i tempi e di tutte le favelle che gli erano domesticissimi?. Tra questi il suo amico Alessandro Manzoni, che morì il 23 maggio 1873.” [16] Casati assistette al suo funerale e in quella occasione confidò agli amici che anche per lui la fine non sarebbe stata lontana. Il 16 novembre 1873, stroncato due giorni prima da una emorragia cerebrale, Gabrio Casati morì. I suoi resti mortali riposano presso il monumentale Mausoleo Casati nel cimitero urbano di Muggiò (Monza).

 

[14] A.M. Orecchia, Gabrio Casati. Patrizio milanese, patriota italiano - Milano : Guerini e Associati, 2007, pag. 35

[15] ibidem nota [14] pag. 318

[16]  ibidem nota [14] pag. 344

 

 

 

 

 

STEMMA DELLA FAMIGLIA CASATI

Stemma famiglia Casati b/n

 

Lo stemma coronato riporta in alto la scritta "fert" in oro su fondo blu. Al centro la casatorre coperta e merlata alla ghibellina, aperta e finestrata, fiancheggiata da due trecce rosse o festoni di paglia intrecciata con le punte finite a fiocchetti, piegate a cerchio per racchiudere la casatorre, il tutto su fondo bianco.

 

Il conte Gabrio, ottenne di poter inserire nello stemma di famiglia, il motto FERT, in caratteri gotici d'oro su fondo azzurro, ciò avvenne quattro mesi prima della sua morte, a partire dal 15 luglio 1873 e in virtù di un regio decreto che seguiva di poco il riconoscimento ufficiale dei titoli nobiliari da parte del regno d'Italia da poco costituitosi.

 

Diverse le interpretazioni date al motto, eccone alcune:

Fert, terza persona singolare del presente indicativo del verbo irregolare latino fero, fers, tuli, latum, ferre, che nella sua accezione più ampia significa “portare”, ma ne esiste pure una accezione con il significato italiano di “sopportare;

Fortitudo Eius Rhodum Tenuit (La sua forza preservò Rodi), interpretazione menzionata in un documento araldico del 1873;

Foedere Et Religione Tenemur (La pace e la religione ci tengono uniti);

Fides Est Regni Tutela (La fede è la protezione del Regno).

Esiste anche una interpretazione satirica, riportata qui per pura curiosità in quanto non può ovviamente essere l’interpretazione di chi ha inserito il motto nello stemma:

F?mina Erit Ruina Tua (La donna sarà la tua rovina).

 

 

 

GIROLAMO BIRAGO 

 

(Milano, 1 novembre 1691 -  Milano 13 dicembre 1773)

 

Girolamo Birago à nato a Milano l’1/11/1691 fu battezzato a Cologno Monzese. Insegnò Logica e Morale; nella sua lunga carriera giudiziaria fu Vicario del Podestà e, per tre volte, Giudice Pretorio al segno del Gallo. Nell’aprile 1728 sposò Anna Maria Federica dalla quale ebbe tre figli: Gaspare Lancillotto, Giovanbattista e Alessandro. Gaspare intraprese la carriera religiosa, mentre gli altri due quella militare; Girolamo tentò di dissuadere dall’arruolarsi temendo per la loro incolumità, ma non ottenne alcun successo.

Nel 1751 fu eletto deputato della comunità di Cologno, suo ?paese d’elezione’, tra i suoi compiti “tenere l’amministrazione, la vigilanza e la giustizia, inoltre eleggeva sulla pubblica piazza con assemblea generale il proprio Console, nella persona di colui che all’incanto offriva una più alta oblazione per la comunità. Per moltissimi anni la carica di Console fu rivestita dalla famiglia Besozzi”. [17]

“Come era costume della nobiltà milanese, egli trascorreva la villeggiatura fuori città, soprattutto nell’amata Cologno, dove possedeva una casa e alcuni terreni, [?] Soltanto a Cologno egli poté dar libero sfogo alla sua indole e ai suoi pensieri, e qui egli trovò il tempio della propria musa: una piccola vigna che ispirò e legò a sé tutta la sua produzione poetica, come in un processo di simbiosi tra arte e natura. Tale fu l’importanza di questo hortus della musa che, alla sua distruzione, il Birago pensò di smettere di scrivere.” [18]

 

“No troeuvi mai né vers, né rima, se no i troeuvi dree i sces d’on mè vignoeu! E, sebben sto vignoeul’è de pocch tavol, e appena grand asses de fagh la toma, pur a mi el m’è pu car, no ghe digh favol, che tucc insemma i gran giardin de Roma! Quand che poss refiadà quell’aria bona, on freguj che passeggia e che me setta, subet i vers e i rimm me fan corona, come tanc usellitt a la sciguetta”.

“Non trovo mai né verso né rima se non lungo le siepi di una mia piccola vigna! E, sebbene questa piccola vigna sia di poche tavole, è appena abbastanza grande da farci la capriola, ma a me è più cara e non dico favole, che tutti assieme, i grandi giardini di Roma! Quando posso respirare quell’aria buona, un tantino [briciola] che passeggi e che mi sieda, subito i versi e le rime mi fanno corona come tanti uccellini alla civetta”. [19]

 

 

 

Girolamo Birago è una delle figure più amabili della nostra letteratura, poeta in italiano e in dialetto, scrittore e commediografo. Poeta arguissimo e mite, seppe cogliere bonariamente dalla realtà gli aspetti comici, caricaturali, satirici, per tradurli in versi scorrevoli e spontanei.

 

“Birago si iscrive, non ultimo fra i “minori”, nella “linea moderata, tipicamente lombarda” del “riformismo moraleggiante” che da Bonvesin de la Riva, attraverso il Varese e il Maggi, giunge fino al Parini e al Manzoni. Fu proprio il Parini, “primo storico della poesia milanese”, ad inaugurare il Birago continuatore del Maggi, tra le fila dei grandi padri della letteratura milanese”. [20]

 

 

 

 

“sulle pedate gloriose del Maggi hanno poscia seguito a scriver nella nostra lingua alcuni dotti e savi uomini, che sono morti di fresco ed alcuni altri, che ora vivono, i quali mostrano di far grande conto del giudizio e della lode della lor patria, scrivendo nel proprio dialetto cose che non possono essere giudicate o lodate da altri meglio che da lei. Quindi è che noi abbiamo veduto in pochi anni la nostra lingua mostrarsi capace di tutte le vere e più solide bellezze della poesia. Bastivi leggere le rime scritte in milanese dal virtuoso e dabbene signor don Girolamo Birago, per sincerarvi che non solamente il nostro linguaggio non è per se medesimo goffo e scipito, ma né meno per ciò che in esso si scrive.” 

 

Lettera di Parini del 19 marzo 1760 a Padre Don Paolo Onofrio Branda, professore universitario di retorica.

 

 

 

Tra le sue opere troviamo la commedia in tre atti e un prologo Donna Perla del 1724, fu la sua prima opera pubblicata con l’anagramma Molarigo Barigo, il poemetto in ottave del 1728 “Meneghin a la Senavra”, il monologo in quartine “Meneghin pien de ipocondria ch’el parla lù de per lù”. In quest’ultimo l’autore contempla le piante morte nella sua campagna a Cologno Monzese  e si duole di quel triste spettacolo, richiamandolo alla sorte comune che gli tolse il gusto stesso dello scrivere”.[21] Un altro poemetto composto nel 1759 “il Testament de Meneghin”, può considerarsi “un elenco-patrimonio di insegnamenti e consigli: una eredità spirituale e morale che l’autore affida, con bononimia, ai figli e insieme ai posteri lettori. Il poemetto valse al Birago gli elogi del Balestrieri e, ancora una volta, del Parini”. [22] Secondo il Parini ?il Testament de Meneghin” del 1759 è un bellissimo esempio in cui il Birago, può sollevarsi al di sopra della consueta rimeria d’intrattenimento per acquistare una voce ben sua e in grado di parlare a tutti?.

La restante produzione in vernacolo comprende 10 sonetti, 17 epistole in quartine e 2 componimenti in quartine di ottonari. Oltre a questi testi in milanese sono sopravvissute varie allegazioni legali del Birago, unitamente a diverse Poesie italiane, tre canti di un poemetto intitolato la Giuditta, un volume di Orazioni latine, e una Traduzione di versi italiani di vario metro del padre gesuita Ermanno Ugone, intitolati la Pia Desiderosa.

Negli ultimi anni della sua vita, dalla campagna di Cologno, egli continuò a far sentire la sua voce, vivendo sulla carta gli avvenimenti che stavano instaurando un nuovo corso nella società e nella cultura milanese, rimanendone fino alla fine testimone consapevole.

Morì a ottantadue anni, il 13 dicembre 1773 , e fu sepolto nelle tomba di famiglia della Chiesa di San Sempliciano.

 

[17] ibidem nota [3]

 

[18] Donna perla / Girolamo Birago; a cura di Clara Caverzasio Tanzi, Milano, All'Insegna del Pesce d'Oro; Bellinzona, Edizioni Casagrande, 1991.

[19] Letteratura dialettale milanese : itinerario antologico-critico dalle origini ai nostri giorni / Claudio Beretta. - Milano : Hoepli, c2003, “Girolamo Birago” pag.174

 [20] [21] [22]  ibidem nota [18]

 

 

MONS. ARMANDO BRAMBILLA

 

(Cologno Monzese 21/1/1942 – Cologno Monzese 24/12/2011)

 

Mons. Armando Brambilla

 

Nato a Cologno Monzese il 21 gennaio 1942, essendo rimasto orfano dei genitori in giovane età, cresce con la nonna materna Genoveffa, insieme alla sorella Mariarosa. Consegue il diploma di ragionere ed inizia la sua attività lavorativa come aiuto amministratore, in una casa di ricovero per disabili. Vince poi il concorso come Ragioniere al Comune di Cologno, dove lavora all'ufficio tasse.

Dopo un lungo impegno nella comunità cristiana quale educatore e animatore di teatro, matura la scelta del sacerdozio e a trent'anni entra nel seminario della Comunità Missionaria del Paradiso in Bergamo. Divenuto diacono nel 1975 gli viene affidata la guida del convitto del Collegio Sant'Alessandro di Bergamo in qualità di Vice direttore. Al termine degli studi teologici viene ordinato sacerdote l'11 giugno 1977 da Mons. Clemente Gaddi nel Duomo di Bergamo, ed il giorno successivo celebra la sua prima Messa nella Parrocchia di San Maurizio al Lambro.

Nel mese di ottobre dello stesso anno viene inviato a Roma in qualità di vice parroco, nella Chiesa parrocchiale di San Giustino, dove segue la pastorale giovanile.

Dal 1982 è membro del Consiglio Pastorale Diocesano come rappresentante dei sacerdoti del settore Est, viene poi nominato Parroco l'1 settembre 1986 della stessa parrocchia di San Giustino in Roma;  il 25 marzo 1994 viene eletto alla Chiesa titolare di Giomnio e nominato ausiliare di Roma. Il 7 maggio 1994 viene ordinato Vescovo.

 

Mons. Armando Brambilla, Vescovo ausiliare di Roma ricopriva gli incarichi qui sotto riportati, prima della sua morte avvenuta il 24 dicembre 2011 mentre era in visita ai suoi familiari nel paese d’origine:

 

direttore dell'Ufficio Diocesano delle Pontificie Opere Missionarie dal 16 novembre 2009;

Presidente della Consulta Diocesana per la Pastorale Sanitaria;

Vescovo delegato dell'Ufficio per le Aggregazioni Laicali e le Confraternite d’ Italia;

Vescovo incaricato del Centro per la Pastorale Sanitaria;

Vescovo incaricato ad interim del Centro per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese;

Delegato della C.E.I. della Commissione per il Servizio della Carità e la Sanità;

Assistente Ecclesiastico Nazionale della Confederazione delle Diocesi d'Italia dall'1 aprile 2009.

 

 

 

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Pubblicato in data:  martedì 2 agosto 2011
Ultima modifica in data:  sabato 28 maggio 2016
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